…ho scannerizzato questo paragrafo di libro… ogni volta che lo leggo mi commuove. Adoro persone così…( ve lo riporto qui sotto )
È stato come trattenere il respiro: succede spesso agli asmatici. O come quando ci si nasconde e si trattiene il fiato aspettando che qualcuno, magari la sfortuna se ne vada via. Ma quel sospiro è rimasto sospeso per ventisette anni. E aspettare qualcosa, qualsiasi cosa, per ventisette anni non è poco. La maggior parte degli esseri umani si stufa, smette di sperare, lascia perdere. La tentazione è vedere i problemi come insolubili, di pensare al negativo come permanente. « Non ce la farò mai.» « Non cambierà mal nulla.» È quel «mai» a fregarci. Perché ce lo mettiamo noi. Nella realtà non esiste. Ma l’impermanenza del negativo, il fatto che le avversità prima o poi passano, che le mancanze si colmano, non è un dato innato per il cervello umano. Il neonato sente lo stimolo, magari quello della fame, o del dolore, e piange disperatamente perché non sa cosa sia né che passerà. Tutto passa ma lui non lo può ancora sapere.
Quando la percezione del negativo o della mancanza si accompagna alla certezza che, prima o poi, essa avrà fine, noi chiamiamo questa sensazione «speranza».
Il concetto di speranza segna l’intera storia dell’umanità. Secondo Ernst Bloch essa rappresenta una delle possibili chiavi di lettura della filosofia della storia. Per Jurgen Moltmann la speranza è alla base di qualsiasi atteggiamento religioso umano. La capacità di sperare è intimamente connessa all’evoluzione umana. Se non ci fosse stato il senso di speranza la nostra specie non avrebbe mai imparato a seminare in una stagione e attendere il raccolto per molti mesi; o a imbarcarsi in imprese o nella realizzazione di opere che coprono più di una generazione.
Ma per continuare a sperare, contro ogni evidenza, ci vuole forza.
Molta forza. «Lascia perdere, torna a casa» gli diceva una vocina interna. E anche gran parte delle persone intorno. «Guardati, fatti due conti: hai l’asma. Hai passato da un pezzo la trentina; e non hai mai vinto niente di serio. Sei pure sfortunato. Ma dove vuoi andare? Fattene una ragione, mettici una pietra sopra, torna a casa.»
Giorgio Di Centa però ha avuto la forza di aspettare: ha continuato a sperare, ha sopportato. Ha resistito all’asma che lo tormenta da quando aveva due anni. Ha resistito a un’infinita serie di tanti, troppi, quinti quarti terzi e secondi posti. Ha resistito all’idea della gente che voleva fargli credere di essere solo il fratello piccolo (nel senso di «insignificante»), quello destinato a non vincere mai, della sorella Manuela. Lui resisteva a tutto, continuava a sperare, testa bassa e una carriera sempre dietro a inseguire. Ogni tanto dubitava anche lui. Andava in crisi. Voleva dare ragione alla «vocina». Ma alla fine riprendeva a sperare. Resisteva. Magari sarà domani il giorno buono. E così, avanti.
Poi quel giorno, l’ultimo giorno dell’Olimpiade, quel sospiro sospeso si è finalmente liberato: ed è diventato un urlo di gioiasul rettilineo finale della pista olimpica di Pragelato. Quel giorno, su quel rettifilo, Giorgio ha messo dietro tutti: gli avversari, il passato, l’asma e quello che pensava di lui la gente.
E c’è stato un doppio miracolo, anche se pochi l’hanno notato: il primo è che quest’uomo ha finalmente coronato il sogno, cominciato quando aveva cinque anni, nel modo più bello: da … vanti al suo pubblico, in Italia. Il secondo è che Giorgio, da sempre serio, modesto e autentico, dopo la vittoria non è cambiato per nulla. È rimasto se stesso, a dispetto del successo e di tutto il resto.
«AI trentesimo chilometro ho capito che saremmo arrivati in vista del traguardo tutti insieme perché solo gli ultimi tre chilo’” metri avrebbero potuto fare selezione» racconta. «E io, in vista della battaglia finale, ho economizzato energie per tutta la gara.Ho dato tutto il mio impegno per arrivare alla volata finale collocato nella testa del gruppo. Ci sono arrivato da terzo. Ho visto scattare davanti a me Bodvinov e Vittoz. Sono partiti e non si sono accorti di aver lasciato un varco aperto a sinistra. Allora sono scattato lungo quella traiettoria. Immediatamente dopo ho avuto la sensazione di aver sbagliato tutto: c’era un leggero controvento e non ero più riparato. Ma mi è uscita fuori tutta la rabbia e ho cominciato a spingere. Lì ho messo tutta la rabbia che avevo accumulato per tutti questi anni. Non ho osato o non ho voluto girarmi per sapere se qualcuno mi stava affiancando: ho usato il boato della folla per capirlo, senza bisogno di perdere una mole” cola di energia.»
La capacità di sperare a volte è l’unica cosa che ci rimane quando tutto va male. Ma perché un uomo può mantenere la speranza di vincere per ventisette anni, mentre tanti, tantissimi altri che avevano iniziato a sciare con lui si sono già persi? Perché gli insuccessi frantumano alcuni come vasi d’argilla, mentre rendono altri come fossero d’actiaio? Secondo gran parte degli psicologi, l’ottimismo e la capacità di sperare deriva dall’ambiente familiare. Se i genitori danno loro stessi l’esempio di non cedere alla disperazione; e se rassicurano i figli sulle loro capacità e li stimolano di fronte a una difficoltà i bambini tenderanno a crescere ottimisti. Sotto questo aspetto, Giorgio non ha dubbi: «II mio carattere combattivo» spiega «lo devo senz’altro a mia madre. Vent’anni fa, quando ancora non c’erano le cure che ci sono ora, lei è sopravvissuta a un cancro devastante. Non le è mai mancata la serenità e la forza d’animo. Che continua a non mancarle nemmeno ora». Racconta della nonna, che era «portatrice carnica»: cioè portava con il gerlo le munizioni ai soldati sui passi, durante la guerra. Parla della Carnia, terra severa e bellissima, dove le persone sono abituate alla fatica ma hanno anche un cuore grande. AI papà, maestro di sci e sciatore tuttora in attività, attribuisce «il fisico». Oltre a Manuela, Giorgio ha anche un fratello maggiore, Andrea, che avviato anche lui a una promettente carriera la dovette interrompere ancora giovane per una grave malattia. Nonostante tutto, Andrea, che dal punto di vista professionale ha intrapreso un’altra strada, ha continuato a dedicarsi al fondo attraverso Giorgio: seguendolo, spronandolo, aiutandolo in tutti i modi. Un altro esempio in famiglia di come le difficoltà possano essere superate positivamente. «Eh sì. E anche l’asma è in fondo da ringraziare …mi è ‘servita’ perché mi ha insegnato lo spirito di sacrificio. Pensa che i primi spray per l’a_ sma sono usciti quando avevo 12 anni. E io sono asmatico dai due anni.»
(dal libro RESISTO DUNQUE SONO di Pietro Trabucchi )
